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Scelta
felice quella di Valerio de Filippis con il grande poeta francese Charles
Baudelaire, colui che è unanimemente riconosciuto come l’artista
che dà origine a alla modernità poetica. De Filippis interpreta
quattro testi, tre tratti dai Fiori del male, vale a dire La destruction,
Les aveugles e Au lecteur (rispettivamente La
distruzione, I ciechi e
Al lettore) e uno* tratto da Le spleen de
Paris.
Petits poèmes en prose (tedio di Parigi, Piccoli poemi in prosa).
Sono dei testi capitali nell’immaginario e nello sviluppo della
poetica baudelairiana, che perfettamente si organano con l’arte
di de Filippis, con le sue tematiche, con il suo rapporto doloroso con
questo nostro mondo. La distruzione pone al centro del testo il senso
del delirio, di persecuzione e di degradazione che prende l’essere
umano nei suoi rapporti con gli altri, come osserva lo psichiatra svizzero
Ludwig Binswanger. I ciechi mettono sullo stesso piano il poeta che cerca
eternamente la luce e esseri umani che vagano nel silenzio oscuro del
mondo. Al lettore costituisce il grande poema liminare dei Fiori del male,
in cui Baudelaire già fissa l’ itinerario terribile della
sua poesia, il suo “cammino fangoso”, accanto al Diavolo,
nella noia assoluta, in cui insieme vivono, lettore e poeta: “Tu
conosci, lettore, questo mostro delicato, / -Ipocrita lettore, - mio simile,
- mio fratello!”, grida disperatamente Baudelaire. Il crepuscolo
della sera ci segnala il rapporto di creatività tra notte e poesia,
oscurità e follia: il poeta crea nel silenzio oscuro dell’
universo. E Valerio de Filippis si cala perfettamente nell’ atmosfera
di questi quattro testi. Acque torbide ammantano l’uomo, che tenta
disperatamente di non annegare. Esseri scheletrici vanno per il mondo
alla ricerca di una strada, di un punto di riferimento, piegati dal peso
del cielo. Tutto sembra finito, distrutto dallo stesso essere umano. E
il pittore come il poeta, fa appello al cuore dell’ uomo, per trovare
una via, per andare avanti nelle e sulle macerie della vita.
Baudelaire scrive di voler produrre “un libro atroce”; de
Filippis ci dona la visione di una terra atroce, tra odio e disprezzo,
bellezza sinistra e fredda, morte e desolazione. Il loro uomo, cioè
noi, vive in isolamento, nell’ immensa memoria perduta, come un
faro della coscienza moderna.
Eccolo questo essere che ha il gusto del “malheur”, questo
essere che vive perennemente a contatto con Satana, che cerca un punto
di luce nel delirio dello scorrere dei giorni.
La vita appare un carcere, un tempo di agonia, dopo il quale forse verrà
ancora un altro tempo di agonia.
E Baudelaire e de Filippis guardano il Cielo, si chiedono cosa cerchino
i Ciechi nell’ immensità della volta celeste, sperduti, con
un filo di speranza, che è il filo dell’ arte.
E’ il vuoto del peccato originale e dei peccati di ogni giorno.
Idee, sogni e nevrosi vanno sempre insieme. Un’atroce vendetta governa
le cose umane. Il poeta e il pittore mettono a nudo il proprio cuore,
per darci il grande libro della natura, stanchi di esistere, ma certi
di fare opera di convincimento, di ammonimento, per noi del terzo millennio
e per ogni uomo, di ieri, di oggi e di domani, nello spazio della modernità
e della post-modernità.
Solitudine dell’ uomo, solitudine del mondo. E’ come se essi
non si incontrassero mai. Sulla terra, l’essere umano vive sempre
ai confini dell’ allucinazione. Nella notte, dopo il crepuscolo
della sera cerca l’altro, nello spazio infinito che si dilata fino
a perderlo. Infinito e morte viaggiano insieme. E’ una vera e propria
“poetica della malinconia”, come la definisce il grande critico
pugliese Giovanni Macchia in un famoso libro su Baudelaire (Baudelaire
e la poetica della malinconia, Rizzoli 1975, Milano).
Tristezza, inappagamento, sofferenza uccidono l’uomo. Ma il pittore
e il poeta vanno, raminghi per il mondo, a captare immagini, corrispondenze,
speranze estreme. Satana accompagna la loro sete di arte, di capire dove
andiamo, di fermare il nostro viaggio prima che sia troppo tardi, prima
di inabissarci per sempre. Alchimie de la douleur, ‘alchimia del
dolore’, dice Baudelaire. Vale anche per de Filippis. La sua pittura
marcia verso l’alchimia del dolore. Io parlerei di autobiografia
o di biografia del dolore, di descrizione della vita dei dannati. E’
un realismo che ci fa vedere la carne malata, l’inferno della realtà
e del sogno. Realtà e sogno, illuminazione e sangue. La vita intorno
a noi si carica di simboli, di pericoli, di mostri. Tutto è mostro,
tutto è paura. La sottile musica che sentiamo nell’ascoltare
le viscere della terra e del corpo non ci appaga, ma ci dice di continuare,
di voyager, di scoprire. La lezione dei pessimisti è più
sincera e più produttiva di quella degli ottimisti. Dopo il viaggio,
anche di quello della morte, l’orizzonte forse sarà meno
nebuloso.
Sulla decadenza delle cose regna una malinconia atroce, una cappa di piombo.
Ci sentiamo incatenati e vogliamo volare. Ma dove volare? Dove poter volare?
Le ombre sollecitano il poeta e il pittore, li attirano irresistibilmente
verso l’esperienza dell’abisso, il gouffre, luogo di fascino
della distruzione.
L’unità lirica e pittorica è in questa desolata terra
di nessuno, dove vaghiamo senza linee di fuga, senza punti di riferimento,
alla ricerca di uno spicchio di azzurro. Siamo, dice Baudelaire, come
dei Prometei incatenati male. Nell’esistenza perennemente irrisolta,
andiamo nel dolore e per dolore. Rimorso? Fuga? Abbandono? L’uomo
è semplicemente se stesso. Dov’è la salvezza? In quali
terre? Dopo quali orizzonti? Baudelaire e de Filippis non si stancano
di cercarla; poeta e pittore sono costantemente in esilio. Su questa terra
sono, e siamo, in esilio. Ma dov’è allora il nostro spazio?
Come ciechi, come poeti, come marinai, come i folli, come lettori, come
gli spettatori di un quadro, vaghiamo senza meta, e poi crolliamo sotto
il macigno dell’ azzurro.
Gli esseri di Baudelaire e de Filippis sono di carne macilenta. Anche
quando sono in carne, vedono l’al di là, il dopo, il disastro,
la distruzione, il crepuscolo. E l’artista fa appello al lettore,
di parole e di pittura, che conosce la via della rovina, che sa delle
paure e delle speranze, che sperimenta ogni giorno la via del dolore.
De Filippis si avventura ai confini della vertigine, dove la noia tutto
prende e addenta. Come è moderno Baudelaire, moderno è de
Filippis, nel senso di una percezione continua dell’imminenza del
nulla, della morte, dell’orrore. Il male di vivere è il tema
che accomuna questi due artisti. Una sorta di analogia universale regna
tra ogni filo del reale. Per secoli, il pittore ha mostrato quasi solo
paesaggi e visi giocosi. La morte era solo quella di Cristo, in crocifissioni
e vite di santi. In Baudelaire e de Filippis , la morte siamo noi.
Un’architettura segreta governa le cose. Sta nell’ artista
scoprirla, rincorrerla, mostrarla. E l’architettura di de Filippis
e Baudelaire è quella del dolore, tra nostalgia, tedio e dannazione.
Siamo circondati da carnefici e siamo noi stessi carnefici della nostra
esistenza. C’è un surrealismo della verità, nella
pazzia del nostro andare. E poeta e pittore sono obbligati a mostrare
ogni momento allegorie notturne di demoni e tentazioni. Non c’è
ribellione che tenga. La catastrofe è davanti a noi. La morte ci
aspetta: è la lezione umile e forte di questi due artisti, accomunati
dalla stessa dolente passione, dalla stessa poetica del nulla.
Ma è solo tedio? E’ solo morte? E’ solo dolore?
Credo di no. Non c’è forse una fecondità della malinconia
e del dolore? Il dolore non è forse uno dei grandi temi della ricerca
dell’ uomo? Dietro la noia c’è la speranza. E forse
anche la libertà. La questione centrale è quella del rapporto
con l’ altro. Ed altro è anche Dio, e anche il mondo, e anche
il cielo. C’è una mistica della noia. Baudelaire e de Filippis
la conoscono perfettamente. Sanno che per cercare occorre conoscere, che
per andare verso l’ azzurro occorre partire dal cimitero di questo
mondo. Così dietro la tabula rasa del mondo che ci circonda e che
popola i nostri sogni c’è un barlume di speranza. Viviamo
ancora le conseguenze del peccato originale (per quanto tempo ancora?,
sembrano dire i nostri due artisti), e crudelmente ne prendiamo atto,
vivendo costantemente ai confini dell’ allucinazione. Cercatori
di infinito, ci abbandoniamo alla malattia, al vizio, all’ impotenza,
all’ abisso.
Dov’è l’altro? E poi l’ altro sarà veramente
la nostra salvezza? Baudelaire e de Filippis sembrano dire di no. Eppure
cercano, indagano, fotografano, in una sorta di gioia del ‘lavoro’,
esperienza metafisica della via dell’arte, fra tortura e rimorso.
Ossessione di vivere, ossessione di azzurro. Baudelaire e de Filippis
tentano di evadere, di andare per illusioni, accanto a coloro “che
non hanno mai conosciuto la dolcezza di un focolare”. L’“apparato
della distruzione”, sanguinoso e seducente, attira, prende, in una
“voluttà” tenebrosa. Eppure l’artista va e continuerà
ad andare .Anche se “la morte nei nostri polmoni discende quale
fiume invisibile dai cupi lamenti”, egli ha “un’anima
sufficientemente ardita”. I “nostri miseri destini”
non ci fermeranno e non fermeranno mai l’ artista.
Come ogni grande artista, il pittore e il poeta bruciano tutto. Essi cercano
dietro le ceneri del mondo, dopo l’ incendio, dopo la distruzione.
Solo dalle ceneri, dal piccolo punto di luce del fuoco che resta, potremo
risorgere. Dal male nascono i fiori. Dalla constatazione dei dolori del
mondo verrà la luce.
E’ la grande lezione di Charles Baudelaire, e di Valerio de Filippis.
Anche se ogni giorno andiamo verso l’ Inferno, nel piccolo spazio
tra due camini, nell’azzurro stellato, sempre brillerà il
fascino del crepuscolo della sera, zona lirica del poeta e del pittore.
Guardiamola costantemente, quella zona. Forse faremo in tempo a salvarci.
* "Il crepuscolo della sera"
Giovanni
Dotoli
Bari, ottobre 2001
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