| S/M
Racconti di un io smembrato |
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Dalla
foglia d’oro alla vernice, dall’acido ai polpastrelli, dal
pennello alla carne, dalla polvere di marmo all’acrilico. |
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| Ars
ethica Nuovi totem per vecchie tribù |
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Le
cose sono, io l’affermo, più che il tempo in cui sembrano
cambiare più che lo spazio che sembra contenerle (F. Pessoa). |
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| Campagne
pubblicitarie e deformazione estetica del consumo, un’ulteriorità
che Valerio de Filippis sta sperimentando nei suoi percorsi di maturazione
stilistica. Un controcampo intenzionale aperto al portato creativo della comunicazione massmediatica, ai problemi via via assimilati da quel genere di fare artistico che prende coscienza e consapevolezza dei codici e degli ingranaggi dell’iper produzione mercificata, sempre più ammiccante ai canoni concettuali, composta all’interno della realtà trasparente e addomesticata dal reame dei desideri. Flussi di calore comunicativo provenienti dalle ironie semi serie del pop anglosassone, più raffinato ed eversivo di quello continentale, attraverso i quali s’incrementa una nuova consapevolezza attiva e strategica. La funzione comunionale, afferma F. Pessoa, si estrinseca nell’essere posseduti da ciò che si crede di possedere. Ecco dunque l’urgenza di una estetica rivoltata e scardinata dall’evocazione, la quale invita a quel surplus di significato che innalza l’opera e la proietta al di sopra della semplice opinio, della “postilla” d’autore. De Filippis intitola questo ciclo “Icone di ribellione” (serial Killer o artista? In Discover the man, tratto dalla pubblicità del profumo per uomo Rochas; Kamikaze? In Style on skin; o ancora bellezza laccata di bambola inanimata in Half-life projet - Argento Vivo rèclame), dove il prodotto chiede di essere acquistato dopo aver subito un processo di sessualizzazione, di fascinazione carnale quale individuazione di una brama e di una conseguente volontà di possesso. Ma erotico è ancorché tratto difettoso, che permette all’imprevisto del senso di riaffiorare alla percezione; è principio irregolare, refrattario alle misure consuete, fatto penetrare dentro l’insulsa armonia di una finitezza bonificata da qualsivoglia pecca e/o crepa dell’accidentale e dell’involontario. Style on skin, opera inclusa nell’ultima serie delle “icone”, propone il dissidio tra le lusinghe dell’apparenza e la rivolta delle idee; tra fedeltà a un principio, a un’ideologia, e disponibilità suicida/omicida, attualizzata dalla figura del Kamikaze, a sacrificare perfino la sopravvivenza fisica dell’io. Qui l’esasperazione nero bitume della campitura di fondo sembra generare gli attributi rituali del terrorista islamico - chefir, cartucce di esplosivo, “o” del logo che viene tradotta nel segno grafico del reticolo di un mirino -, sovrapposti causticamente al corpo prestante del successfull man (American Psyco?) che sorseggia con ostentata naturalezza il suo caffè fumante. Uomo a cui appartengono tutti quegli altri caratteri dell’ascesa sociale, dalla perfezione fisica alla facoltà di procacciarsi perfino uno “stile sulla pelle”, ricorrendo allo status symbol del profumo, nello specifico quello della nota pubblicità Lacoste. L’artista intende marcare le ambivalenze del sistema socio economico globalizzato, saturo di contraddizioni, occupato a ravvisare un facile nemico in chi si oppone ferocemente allo sfruttamento delle proprie risorse, alle imposizioni degli integralismi di casa nostra che edulcorano la violenza tramite i comodi infingimenti dell’informazione manichea. Comprare in sostituzione di sentire; s’affaccia la pregnanza di un lato ombra, una premessa riflessiva sull’incremento illimitato della libertà quale produttrice di scorie e discariche clandestine da posizionare in un mondo che, in quanto nemico ed estraneo, discolpa qualsivoglia atto coercitivo. Grazie ai dettagli incongruenti con l’insieme familiare e gradevole, riemerge il dato critico ed esperenziale, il dubbio. Ricordiamo le celeberrime “Donne di Allah” di Shirin Neshat e un testo illuminante a proposito delle geografie laterali: “…il dovere di ogni intellettuale è quello di condannare il terrorismo omicida degli integralisti e di salvare tutte le voci che dall’interno di altre culture hanno cercato un dialogo creativo con la nostra. Ma da solo questo è insufficiente. L’Occidente può fare un passo decisivo contro l’integralismo altrui solo avviando la decostruzione del proprio, di quella camicia di forza imposta sia all’interno che al mondo intero instaurando la legge della corsa e della competizione”. (F. Cassano; Il pensiero meridiano; Edizioni Laterza, 1996, Bari; p. 77) Entrare nell’oggetto significa scardinare l’inerzia che insidia ogni visione acritica dei beni di consumo o degli emblemi di induzione all’acquisto, paradigmatico fra tutti il corpo, proposto come finalità prima e meta ultima delle propagande e dei commerci. Il tocco d’autore fonde elementi grafici duplicati pittoricamente, in una raffinata esecuzione dagli esiti ben risolti sul piano formale e ideologico. Un processo non neutrale che cortocircuita la texture dell’immagine, delle affiche urbane, costringendo queste ultime a veicolare una perplessità, un fastidio, invece di accerchiare il proprio interlocutore determinando il processo di persuasione e la via dell’immedesimazione. L’immagine stessa diviene informazione e prodotto, perché mercificabile come opera d’arte, pur sottraendosi al legame con un regime specifico dei beni e dei contesti. Così questi oggetti di culto urbano finiscono per esistere estranei a se stessi, in un accordo di linguaggi polifonici, in un’eccedenza visiva che li ritma oltre misura, al di là del contesto collaudato, fino a renderli perturbanti. L’uomo estetico si batte e si dibatte contro l’uomo etico: entrambi con lo stesso viso volitivo, nella stessa postura ammiccante, ma trasfigurati dall’elemento distonico, dalla prassi espressiva straniante. Atti di interpretazione che iperbolizzano la revêrie del cyborg che ritrae l’uomo assimilandolo ai propri circuiti, scremando il particolare asettico e ripetitivo del pensiero gregario e massificato. Tania Giuga |
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