|
Richiami
carichi di suggestione sono quelli che provengono dalle opere di Valerio
de Filippis. E non solo per le immagini in se stesse, offerte dai quadri,
ma anche per i titoli ed inoltre per le belle citazioni letterarie che
l'artista abbina ad ogni quadro. Questi elementi verbali sono ben lungi
dal risultare esplicativi, in senso stretto, rispetto all'opera pittorica,
in quanto non sono stati predisposti con il ruolo di riprodurre, con una
semplice sovrapposizione, quanto viene espresso dal linguaggio delle immagini.
Ne deriva così un complesso ed evocativo discorso d'insieme sul
piano concettuale e storico.
Già il primo quadro di questo viaggio attraverso gli ultimi due
decenni, interpella fortemente l'osservatore con i tre messaggi, appunto
quello visivo e quelli verbali, tra loro non immediatamente e non facilmente
integrabili. Si tratta di messaggi che hanno in comune la provocazione,
del resto già anticipata dalla didascalia generale della rassegna,
che è: "La mia misura è l'eccesso...". Il titolo
del quadro è La fandonia
dell'oracolo. La citazione, tratta da "Tropico del cancro"
di Henry Miller, dice: "Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita
eroica e rendere più sopportabile il mondo ai suoi occhi".
L'immagine propone in primo piano una distesa piatta e desolata, sulla
quale campeggia la scultura di un guerriero antico nudo, con elmo, daga
e scudo. La distesa è interrotta da grandi voragini a piombo. Al
confine estremo, dalla parte più vicina emergono gli scheletri
di due grandi alberi, mentre da quella più lontana si staglia lo
scheletro un po' più piccolo di un altro albero, con accanto parimenti
una scultura di un uomo, che in questo caso sembrerebbe disarmato e senza
testa. Oltre il confine di quello che risulta essere una sorta di altopiano,
si intravvede in basso un' altra landa, a sua volta con una scultura.
Che cosa esprime tutto questo e secondo quale stile o appartenenza di
scuola? La risposta non può essere immediata, ed è sufficiente
un' occhiata agli altri quadri per rendersi conto della complessità
della questione, in quanto agli elementi costanti si aggiungono quelli
che di volta in volta appaiono diversi. Il percorso critico, o meglio,
l'operazione ermeneutica, può quindi avere un carattere decostruzionistico,
nel senso derridiano del riconoscimento delle stratificazioni depositatesi
nell'opera in fase di ideazione e di produzione da parte dell'autore.
E questo accade non solo a livello di coscienza piena della citazione,
dell'allusione agli ascendenti, espresse in funzione finalistica rispetto
alla lettura che poi dell'opera verrà effettuata, a chiarire che
non si tratta solo di creazione pura, di assoluta intuizione lirica senza
legami con una matrice. Il richiamo può agire infatti anche attraverso
automatismi che non derivano scientemente dall'Io, ma che l'Io, poiché
non appartengono all'area della rimozione, può comunque riconoscere.
Che dire, allora, del quadro in oggetto? Certamente si allontana di molto
dal naturalismo ingenuo, spontaneo, della pura e semplice rappresentazione
della realtà. E' questo, del resto, un atteggiamento in linea con
il fatto che, nonostante alcuni tentativi effettuati in questo senso,
di restaurazione neoclassica, la pittura contemporanea si tiene ormai,
dal tempo della svolta impressionistica della seconda metà dell'Ottocento,
che pur essendo figurativa introduceva il soggettivo della percezione
visiva, lontana da tale visuale. Allora, si tratta di fare i conti con
le avanguardie, da quelle storiche di inizio Novecento fino alle neoavanguardie
seguite alla svolta di metà secolo e, secondo la felice espressione
di Achille Bonito Oliva, alle "transavanguardie", che segnano
la libertà tipicamente postmoderna di prelievo e di contaminazione.
In questo modo è possibile essere se stessi, secondo la propria
peculiare sensibilità, pur essendo partecipi del proprio tempo
e degli stili che lo caratterizzano.
A livello dei messaggi verbali di Valerio de Filippis, l'area di riferimento
che balza in primo piano è quella dei movimenti più dinamici,
in qualche modo ribelli, "eroici" non tanto in relazione ai
conflitti terreni, quanto, in senso tragico, nel rapporto con l'Essere
e con la vicenda della vita in se stessa. Si tratta quindi dei movimenti
postimpressionistici più filosofici di transizione al Novecento,
che portano alla fase precubista di Picasso, poi di quelli sorti in relazione
con l'esperienza della Bauhaus di Gropius, in primo luogo l'Espressionismo,
infine del Surrealismo. E la frase di Miller è in questo senso
molto esplicita. Dal titolo dissacratorio e ribelle del quadro viene sostanzialmente
una conferma in tale direzione. In quanto all'immagine, essa si rivela
non in contrasto con questa interpretazione. L'atmosfera è quella
fredda dell'assenza di movimento, addirittura di vita. L'ambiente è
irreale, da incubo. Il surrealismo tragico è direttamente evocato.
Mettendo insieme gli elementi verbali e quelli non verbali ne risulta
l'annullarsi di ogni possibilità, quindi delle illusioni, e in
questo senso va inteso il fallimento dell'oracolo, con la sconfitta dell'eroe.
Il quadro successivo, dal titolo L'incertezza
del domani, secondo la linea logica individuata di un nichilismo eroico,
dove però l'eroe, come nel mito di Sisifo, non è mai domo,
verrebbe prima nel tempo. L'ambiente è tetro, minaccioso, con quelle
scogliere sul fondo, ma l'acqua è più viva degli elementi
del quadro precedente, e s oprattutto è viva la donna in primo
piano, che si offre al sole anche se pensosa. Qui a togliere le illusioni
è la citazione del testo di Capograssi, che dichiara l'impossibilità
dell'esistenza di ancorarsi all'orizzonte stabile dell'essere. Il riferimento
di scuola può essere in questo caso il Simbolismo ambiguo di Khnopff,
di Hodler. De Chirico, comunque, preme alla porta. Interessante è
il fatto che la rassegna, dopo l'avvio con le tre opere d'inizio degli
anni Ottanta, compie un salto in pratica verso l'attualità dal
1996 in poi, con un quadro solo di transizione, che è Amore
ai margini di un'autostrada, del 1989, al quale è abbinata
la citazione del frammento "Verso di voi, così belle, il mio
pensiero non muterà mai", della poetessa dell'antichità
greca Saffo, che aveva costituito nell'isola di Lesbo un tiaso poetico
ed erotico con una comunità femminile. Si tratta di un quadro che
rappresenta un amplesso tra due donne, probabilmente, coricate in un prato
sottostante la carreggiata di un'autostrada. La figura che si china sull'altra
è certamente femminile, con il seno nudo in evidenza. L'altra,
supina ed estatica, con i capelli che si confondono con l'erba, ha gli
occhi socchiusi, i lineamenti delicati e le sopracciglia curate. Sul significato
dell'insieme dei messaggi, si può ipotizzare l'acquisito passaggio
alla consapevolezza del postmoderno filosofico, con il suo relativismo.
Ma tale accenno è carico di solennità e di mistero. Quel
"non muterà mai" esprime una volontà irriducibile
di assoluto.
Nella serie dei quadri, sono molti quelli che presentano figure esili,
evanescenti, dai tratti sfumati, senza fisionomie riconoscibili. Le figure
umane, in se stesse e nel loro intrecciarsi, sono inquietanti, così
come lo sono la scena e l'atmosfera, i titoli, i testi abbinati. Ma sempre
traspare l'ostinata resistenza dell'eroe, se non apertamente dichiarata,
manifestata però dalla freddezza dell'analisi, della descrizione
del fallimento, che non viene mai accettato e sublimato. Il quadro
La
soglia all'orizzonte obliquo, del 1998, è abbinato alle parole
di Viviani, tratte da "Una comunità degli animi": "Indomabile
sguardo che cerca altri mondi in questo. Da sempre ha scambiato la luce
per i corpi, ha chiamato sostanza ciò che non si mostrava, ha sconvolto
paesaggi, ritorni, incontri: ha bruciato tanta vita fino a spegnersi".
Qui siamo al di là delle illusioni, dove appunto l'"orizzonte"
diventa "obliquo". L'essere non si è rivelato, nonostante
la dedizione e i sacrifici che hanno contrassegnato la sua ricerca. L'immagine
del quadro presenta figure umane dai caratteri suddetti, in pose che esprimono
disperazione, mentre una appare come sospesa nel vuoto, forse appesa per
il collo. Il quadro Serie
dei sette peccati capitali: Ira, del 1999, presenta un gruppo di uomini
nudi, sempre con l'aspetto di larve evanescenti, abbattuti anche se ancor
vivi, o in procinto di esserlo, mentre uno solo di loro è ancora
eretto a sfidare il destino con lo sguardo volto all'orizzonte, in un
ambiente ancora una volta desolato e privo di vita. Il testo abbinato
è di Dante: "Mentre noi corravam la morta gora, dinanzi mi
si fece un pien di fango". E' tratto da "La divina commedia"
e riguarda il girone appunto degli iracondi, con il personaggio di Filippo
Argenti che si fa avanti intrecciando con Dante un dialogo sorprendente.
"vedi che son un che piango", egli dice, ma Dante non manifesta
per lui alcuna comprensione, ammirazione, affetto, come per Francesca,
Ulisse, anche avversari politici come Farinata degli Uberti e così
via. Anzi, gli esprime tutto il suo disprezzo. Qual è il significato?
Sta presumibilmente nella stessa intima contraddizione tra il messaggio
iconico, con l'uomo che sfida il destino inesorabile, e quello verbale,
che ristabilisce i termini del confronto impari. Nell'ordine ontologico
del destino l'"ybris", la protervia umana nei confronti degli
dei soccombe, ma l'animo in qualche modo rimane indomito. L'eroe sarà
a sua volta abbattuto, ma non piegato come gli altri che accanto a lui
si muovono carponi. In tutti questi quadri il richiamo alla pittura metafisica
di Giorgio De Chirico e al surrealismo di Salvador Dalì appare
evidente. La filosofia che traspare, data dalla consapevolezza del tragico
in ultima istanza non risolto, in quanto si istituisce uno sdoppiamento
tra l'eroe rappresentato e l'Io narrante che con esso si identifica, ma
che continua comunque la sua ricerca.
Gabriele
La Porta
Roma, giugno 2001 |
|