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Impregnata
di ombra appare la pittura di Valerio de Filippis, dalle evocazioni surrealiste,
intrise dei simboli eterni dell’umanità. Il corpo appare
all’improvviso alla ribalta di luci inquietanti e fosche che si
nutrono delle tenebre eterne del dolore più oscuro e profondo dell’essere
umano.
Dalla Natura luminosa delle cose al racconto ermetico di un sguardo inquieto.
Anche Socrate ha spesso affermato che “accadeva qualcosa di divino
e di demonico”.1 In ogni caso de Filippis non passa all’atto
come in qualche performance contemporanea accade. E’ sufficiente
ricordare l’opera degli Azionisti Viennesi che hanno riproposto
in forma drammatica il “corpo”. Herman Nitsch, per esempio,
copriva di viscere di animali i ragazzi nudi distesi per terra. In definitiva,
anche se in forma cruenta, Nitsch ha invitato ad un nuovo modo di “ripensare”
il rapporto con la Natura divenuto eccessivamente violento e forse per
alcuni aspetti perverso. La Scuola di Vienna con Nitsch, Rainer, Brus,
Rot, Schzarzkogler si è sempre presentata come shock in modo che
il presente riuscisse a permettere una riflessione sulla storia umana
e le sue radici. Questi artisti hanno utilizzato il corpo come Oggetto
e non già come Soggetto di Storia mentre de Filippis si avvale
della chiarezza espositiva, della lucidità degli eccessi, della
visione di incubi notturni senza per questo andare l’oltre del corpo,
utilizzando la figura corporea per il modellamento di un Altro, dell’Alterità
dentro di noi.
Nelle sue opere drammaticamente egli manifesta tutto ciò che di
inedito si nasconde della natura umana come parte integrante della stessa.
In tal senso all’improvviso sulle tele dilaga l’angoscia,
e la coscienza si ritrova ad essere quella punta estrema di un universo
nascosto che racchiude tutte le memorie del mondo. I toni sono cupi, le
variazioni brune si mescolano a quelle nere e azzurre: si tratta degli
aspetti abissali della catastrofe della modernità. L’impresa
ardua dell’artista è in questo caso quella di far vedere
le forme sommerse dell’essere umano che la Ragione tenta di addomesticare:
siamo spesso attratti dalle soluzioni perverse e dall’orrore. Si
tratta del sublime che turba e commuove. Ma forse in verità è
come se proiettando sugli altri tutto il male del mondo noi ne fossimo
esclusi. La nostra ferita narcisistica viene così apparentemente
lenita: ma la visione di tale realtà senza separazione dalla stessa
e successiva elaborazione non facilita la costruzione dello spazio della
coscienza.
Ed è così che l’Io appare drammaticamente dilaniato
tra due indomiti guerrieri: l’Es e il Super Io. D’altra parte
Chasseguet-Smirgel scrive che “Ferenzci afferma che il desiderio
fondamentale dell’umanità è quello di ritornare nel
grembo materno”, lì dove “la frattura tra l’
Io e l’ambiente non ha ancora avuto luogo”.2 Una conoscenza
fatta di istinto, intrisa di quelle pulsioni che abitano l’essere
umano.
Valerio de Filippis non ha remore nel far ascoltare le urla del Silenzio
di quei luoghi che tutti neghiamo, ma che fatalmente governano la nostra
vita, i nostri rapporti con il mondo, la nostra intimità. Gli incubi
popolano i suoi sogni e le sue veglie diurne: il paesaggio assume un’
atmosfera metafisica e si trasforma in un luogo sconfinato dove lo sguardo
si fa tattilità mentre percorre lo spazio morbido della Memoria.
Di qui la costruzione di lontane architetture in cui la Natura è
Mente. In tale ottica tutta la sua narrazione pittorica assume il senso
della plasticità e recupera la vibrazione propria della pittura
ad olio.
Nel lavoro di questo artista il corpo-natura appare come l’oggetto
elettivo della mente. Tutto ciò vuol dire che “ la mente,
ovvero il ‘Bino’, deriva direttamente dal corpo, l’
‘Uno’, e che la sua funzione primaria è quella di contenere
ed organizzare la spinta sensoriale che ivi origina”, come scrive
Riccardo Lombardi.3 In realtà è l’organizzazione dei
sensi che fa sì che il corpo percepisca, si muova nello spazio
e nel tempo, conosca, immagini e pensi. La disorganizzazione sensoriale
conduce il corpo alla frantumazione. Così come l’eccessiva
ricerca del piacere nella violenza come unica forma di godimento porta
alla negazione del corpo: vale a dire ad un oscuramento, una sorta di
“eclissi del corpo”, di tutte quelle condizioni mentali che
sollecitate dalla emozione generano i processi cognitivi, nuovi modelli
di identificazione e nuovi linguaggi. Il rapporto dell’Io con l’
oggetto d’amore primario (la madre) affiora in tutta la sua nascosta
pregnanza che ormai dilaga nelle esperienze della contemporaneità:
la rappresentazione del corpo sulla scena dell’arte diventa terrifica
e sublime. La quiete del terrifico e di tutto ciò che si inscrive
oltre il dolore deborda dalle tele di de Filippis. Si stabilisce così
una difficile condizione di con-tatto tra sè e l’Altro: una
sottile attrazione verso la follia travolge lo sguardo dello spettatore
mentre la relazione corpo-mente lascia emergere una terza area che ha
a che fare con quella terra del divieto che si indica con il nome di Inconscio.
Ed è così che centrale diviene quell’ “Oggetto
Originario Concreto” teorizzato da A. B. Ferrari che non è
soltanto il corpo, ma, secondo la mia esperienza, è il corpo Altro
(la Madre) confuso con il nostro stesso corpo.
Ed è su tale inquietante arcaica relazione che si fondano i processi
di pensiero individuali. Ed è appunto tale sensazione originaria
che si porrà sempre quale elemento di “congiunzione tra l’emozione
e il pensiero, tra Inconscio strutturale e Coscienza, ma soprattutto punto
di incontro tra corpo e mente”.4
In verità oggi forse solo l’Arte può esplorare quei
nuclei psichici profondi che con veemenza affiorano nella realtà
nel tentativo di avviare processi di comprensione, interpretazione ed
elaborazione degli stessi. Ancora una volta l’arte può assolvere
alla sua funzione “ salvifica” e rigenerante della storia
dell’umanità.
Nell’opera La fandonia dell’oracolo
(1980) la composizione è ironica nella sua solennità:
la terra appare spaccata da un antico sisma, gli alberi sono il ricordo
di tutto ciò che è stato, non esiste futuro che non sia
già avvenuto. Così come in un lavoro del 1989 dal titolo
Amore ai margini di un’autostrada
si avverte la presenza della natura ambigua dell’identità.
Il silenzio deborda in Ne parliamo
del 1998: due figure ai margini della tela non guardano da nessuna
parte così come appaiono perse nel labirinto di un linguaggio sconosciuto
che racconta l’inenarrabile. Le opere di de Filippis sono attraversate
dal senso della nullità dell’essere, dall’angoscia
della morte e del vuoto: ne
La
bestia (1999) e nella Serie dei
sette peccati capitali: Vanità (2001) l’artista lascia
intravedere l’essenza stessa della palude mortifera di Narciso,
del male, del piacere estremo della violenza che equivale alla sottomissione
dell’Altro, alla spersonalizzazione dell’essere umano, all’annullamento
di qualsiasi forma di linguaggio che non sia quella della prevaricazione,
della tirannia, di Thanatos. Di qui il livore dei volti, la plasticità
della figure e dei corpi, il sarcasmo e il dolore che affiorano dagli
sguardi dei vincitori e dei vinti. Il Maschile e il Femminile non sono
soltanto fra loro contrapposti, ma l’uno ostile all’altro,
pregni di assoluta Estraneità. I miti della contemporaneità
non sono differenti da quelli delle altre epoche poiché l’inconscio
non ha luogo nè tempo. A lungo negati e repressi quegli stessi
miti sono diventati feroci nella prigione della cosiddetta ragione. Di
qui la difensiva atmosfera metafisica che affiora da tutti i lavori di
Valerio de Filippis che con sofferenza riconosce la “ fisicità
“ in tutta la sua terrifica pregnante realtà come parte rimossa
dell’umanità: in tal senso lentamente con la parola pittorica
modella il nucleo della coscienza all’interno della quale illumina
le mostruosità dell’essere umano rendendole inoffensive attraverso
un processo catartico di rigenerazione e di riscatto.
NOTE
1.
J.J. Duhot, Socrate o il risveglio della coscienza, Borla, Roma 2000,p.88
2. J. Chasseguet-Smirgel, Creativita’ e perversione, Raffaello Cortina,
Milano, 1987, p.40
3. R. Lombardi, Corpo, affetti, pensiero. Riflessioni su alcuni ipotesi
di I.Matte Blanco e A.B. Ferrari in Rivista di Psicoanalisi, 2000,XLVI,
4, Borla Roma,p.p. 691-698.
4. R. Lombardi, op.cit.
Santa Fizzarotti Selvaggi
Bari, settembre 2001
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Ulisse,
prigioniero dei pensieri, ascolta il canto delle Sirene debordante di fantasmi
e di niente. Nelle recenti opere di Valerio de Filippis i miti e le maschere
definiscono una condizione nomade ed errante, sempre transferenziale mentre
le luci disvelano il dolore di un corpo in frammenti.
L’artista gioca con l’immagine di un “oggetto” a
tutti sconosciuto: in realtà fondamentale non è il suo ritrovamento,
ma l’illusione di poterlo liberamente ricreare all’interno di
sé, in quella dimensione dove ha luogo la sospensione dello spazio
e del tempo.
La scena dell'arte è il territorio delle finzioni, delle metafore,
delle allegorie: riproduce paesaggi di morte mentre all’improvviso
ritorna il rimosso. Arcaici ed enigmatici linguaggi: ma “tutto ciò
che passa non è che immagine", ha scritto Goethe. Ogni elemento
della sequenza delle opere pittoriche di de Filippis è trasporto
e coniugazione di gesti insani lungo i bordi della follia, dell'altra ragione,
per un amore forcluso e senza ritorno.
La malinconia scaturisce da un'angoscia mortale: l'artista sceglie il divenire
nella seducente fascinazione dello specchio, nel labirinto di travestimenti
infiniti. Le apparizioni del “corpo-oggetto” feriscono il cuore
e la mente: la memoria trattiene gli istanti, gli attimi, mentre la pittura
evoca mute atmosfere lontane…
L'assillante rapporto tra il maschile e il femminile gravita al centro delle
opere di Valerio de Filippis fra sembianze ed artifici: l’artista
abita nel deserto, tagliente ed assoluto. La perdita dell'oggetto d’amore
primario non è tollerabile: il lutto diventa la condizione del ritorno
di Narciso.
Ed è così che Valerio de Filippis colora il sembiante di un
ricordo lontano: il desiderio si nutre di un’assenza, di qualcuno
che dimora nel luogo atopico dove Thanatos trionfa.
Egli costruisce, così, una rappresentazione tragica vissuta sotto
lo sguardo indifferente dell'Altro, del suo essere comunque Altrove. Sussurra,
pertanto, un non-canto, una nenia, mima una scena di estrema difficoltà:
il grido delle Sirene infrange il silenzio.
L’artista è consapevole della fatale ineluttabilità
della sofferenza: aspetta se stesso al limitare di una forma informe, sul
versante della solitudine totale. Il segreto dell'arte è tutto nella
sua inutilità, ragione per cui de Filippis percorre i sentieri impervi
del mito e della parola, del logos, quale pensiero e discorso, incontra
la sorgente, si rispecchia in un' immagine sconosciuta nel tentativo di
ascoltare il suo più autentico Sé attraverso l’Alterità.
È la magia della menzogna che articola la legge del desiderio. Il
cordone ombelicale si tende fino allo spasimo, l'artista nega la castrazione,
ma esalta la ferita: con la teatralità del suo gesto invoca la voce
primitiva, nel tentativo di possedere tutto ciò che non è
più. Donne dipinte, due volte, cento volte sfigurate, vuote nei loro
abiti gonfi di isteriche gravidanze, carne della propria carne.
L'invocazione si fa pittura, riflessione metafisica che affiora da vesti
pregne di matericità, a tratti rarefatte, situazioni quasi acromatiche
dall'odore dei secoli...
E' necessario ritrovare la propria identità sciogliendo le tenebre
del caos, navigando in mare aperto, nonostante la
Tempesta
sulla spiaggia rossa. Come l’eroe alla ricerca di sé, mentre
Penelope lo attende sul letto di ulivo.
Il fantasma materno emerge da mura lacerate: non si tratta di un amore platonico.
L’artista si nutre del Senso: i corpi di
Venere
e Marte, se pur dipinti sullo sfondo di un tetro scenario, invitano
all’amore senza veli ed inganni. Odisseo sa che per rivedere i lidi
dell’amata Itaca, deve resistere alle illusioni, al narcisismo, al
delirio di onnipotenza, al canto seducente delle Sirene. In un’”isola
felice”, in un luogo perduto, si inscrive il gesto originario che
consente di riscoprire l’innocenza del cuore.
Santa Fizzarotti Selvaggi
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