Teologia della perdizione
 

   Valerio de Filippis, con i suoi lavori, sembra voler ricondurre tutte le esperienze di questi ultimi anni riconducibili all’interesse per il corpo ad una unità diversamente fondata. Non più l’appostarsi dietro la virtualità per poi tentare un vano radicamento nel sé attraverso l’incremento di una violenza il cui bersaglio oramai non ci appartiene più, ma la riconquista di quel bersaglio stesso con armi apparentemente tradizionali. Le sue armi sono quelle della pittura e del disegno, dell’invenzione simbolica e della prensilità nei confronti dell’arte contemporanea, intesa quest’ultima come coesistenza storica di poetiche consolidate e scaltrite sì dal contatto con la fotografia ed il cinema, con la pubblicità e la manipolazione mediale, ma pur sempre pronte a rispondere in proprio della loro strategia comunicazionale, della loro ambizione a produrre significato. Ecco dunque che il corpo, martoriato, offeso, assalito, riappare, al di là del mezzo usato, al di là del registro espressivo adottato, con tutta la sua capacità di attrarre e respingere, di sedurre e di disorientare, di coinvolgere e di annichilire. E’ un corpo segnato dal dolore, ma anche un corpo che non rinnega il piacere che avrebbe potuto donare o donarsi. E’ un corpo teso fino allo spasimo ma anche smarrito nei meandri della sua stessa tensione. Il paragone può apparire azzardato e senz’altro per molti versi lo è, tuttavia non possiamo esimerci dal notare che le opere più e meno recenti di de Filippis, osservate così una accanto all’altra, una nell’atto di dialogare con l’altra (o anche di contraddirla), evocano una chiamata a raccolta di sapore Dantesco, quasi un concorrere al Giudizio Finale di chi è già stato giudicato e condannato, e tuttavia ha ancora molto da dire, molto da rivelarci non su se stesso e sulla tragedia di cui si fa portatore, ma sul dramma umano nella sua interezza, nella sua infinita varietà che comunque ruota sempre attorno agli stessi parametri, alle stesse contraddizioni, alle stesse forme di incommensurabilità. De Filippis ama mostrarsi scettico sulla possibilità di ricondurre ad un equilibrio il gioco con cui l’uomo è chiamato a misurarsi; come un teologo della perdizione sembra propendere per l’insanabilità. Tuttavia l’artista romano non si nasconde dietro le tecniche della riproduzione, dietro l’apparenza della ripresa gelida e oggettiva, piuttosto egli forgia le sue immagini, con la mano e con il pensiero, con passione pari alla sottigliezza e con irruenza pari all’abilità tecnica. E tornare a pensare in termini di arte legata alla soggettività, all’interezza e all’esperienza della persona che agisce e crea, vuol dire pur sempre proporre una forma di “elaborazione”, una strategia di ricongiungimento alla soggettività binaria dell’ego di quella indistinzione primaria che è il corpo, di quella insondabilità del vivente che la cultura del visivo, seguendo le indicazioni di de Filippis, ci ha aiutato ad estroflettere e conoscere come rispecchiamento in qualche modo collettivo.

Lucia Spadano

(critico d'arte e direttrice di "Segno")
novembre 2001