Il genio perverso dell'arte

Il corpo è fame, ma la fame è ritmo:
ponete l’ accento sull’ una,
e avrete il segreto dell’esistenza;
ponete l’ accento sull’ altro,
e avrete il segreto dell’arte e del sadismo.

Gino Raya1

         

   Valerio de Filippis è un artista poliedrico, da sempre impegnato in un continuum teso alla ricerca di un personalissimo vissuto introspettivo che lo rende definibile come un intellettuale della violenza velata.
La grandezza di de Filippis consiste nella semplicità con cui cerca di dare delle risposte a delle domande grandiose che nessuno gli pone, se non la sua stessa coscienza, quale testimonianza per comprendere il mondo circostante, l’arte e soprattutto se stesso. Egli ripercorre, trasudandone i connotati tipici, l’epoca della nostra società urbana e della sua gente, nella struttura psichicamente malata dei suoi torbidi segreti.
Le sue opere testimoniano la modernità iconografia dell’essere, che parte dalla base di una concezione fisiologica dell’ animo umano, dove l’intimo mistero dell’ uomo, per l’artista, è un ulteriore strumento di ricerca sul significato del dramma umano, sia in chiave sociale sia in chiave individuale.
I soggetti di de Filippis, quindi, riproducono metafore di clamorosa attualità, concernenti contesti specifici di committenza che finiscono con l’ interagire ampiamente con la situazione umana spesso angosciante del suo tempo.
La trama delle sue tele si mostra non semplicemente bifrons, bensì multifrons, cioè molteplice, sfaccettata, pluralistica, un luogo dello spazio interiore, oltre che fisico, che esercita nell’ osservatore, in una parola, un’attrazione misteriosa e morbosamente intimistica della perversione umana.
Quello che poi colpisce è l’originalità della sua concezione pittorica e del suo stile, tutto reso a rappresentare la realtà agghiacciante e morbosa della vita quotidiana che ci circonda.
Ma le tele di de Filippis non sono mai forti e scioccanti: forte e scioccante è il contenuto che traspare grazie all’ estro sottilmente “perverso” dell’ artista, che riesce ad infondere anche nel comune osservatore una serena ma morbosa curiosità del cruento.
L’osservatore attento sa cogliere sempre quella sottile linea di morbosità che delimita il limite tra l’ osceno, crudo e sgraziato e la perversione, raffinata e pungente, attraverso cui l’artista riesce ad imprimere, con vivida e traslucida malizia, l’ incanto della cruda ma al tempo stesso docile essenza della torbida carnalità. La sua arte è quindi un chiaro invito rivolto a ciascuno di noi a diventare terapeuta di se stesso, perché ciascuno di noi possa interagire con le proprie ossessioni e pulsioni, attraverso un approccio strutturale atto a cogliere i principi del funzionamento perverso dell’ animo umano che spesso penetra i misteri dell’ inconscio, valicandoli.
Il catalogo cerca di cogliere i suggerimenti che emergono dalle tele di Valerio de Filippis per meglio interpretare i suoi lavori, che hanno dato forse una svolta fortemente rivoluzionaria al panorama dell’ arte contemporanea italiana.
Le tele raccolte in questa mostra offrono un’avvincente occasione di lettura della nostra società, tale da poter interessare il pubblico più diverso. Difatti, nonostante l’avvertibile impegno tecnico mostrato dal pittore e la tensione personale più intimistica tesa a sostenerlo, queste tele hanno il pregio di trattare con accuratezza specialistica le tematiche della morbosità che un’invidiabile lucidità pittorica e una non meno rimarchevole chiarezza raffigurativa rendono del tutto accessibili anche a coloro che si avvicinano per la prima volta alle sofisticate problematiche trattate.
Nei quadri di de Filippis aleggia inesorabile un senso di morte: in essi è quasi tangibile un senso di macabra visione degli elementi urbani, dove spesso la fragilità della carne è contrapposta alla durezza dell’ acciaio. E’ il caso di Bimba nei pressi di una periferia (1982), dove in una landa desertica, dietro il cui orizzonte si intravede la sagoma di una metropoli, accanto a carcasse di automobili la sensualità in fieri di una ragazzina è storpiata solo dalle sue lacrime di emoglobina, mentre dietro le sue spalle la caricatura di un moncone di tronco umano, forse dilaniato e squarciato dopo un terribile scontro, sembra implorare aiuto, rantolando e strisciando nella sua stessa pozza di sangue.
Un feticismo dell’amputazione potrebbe caratterizzare il soggetto dell’ artista, così come è rimarchevole il riferimento alla statuofilia2 nella tela Vita al limitare di un cimitero d’auto (1983), nella quale due manichini, forse capitati casualmente l’uno sull’altro, sembrano amoreggiare tra le lamiere di un’auto in un tripudio di organica plasticità, quella stessa organica plasticità di cui sembrano pervase tutte le opere dell’ autore, specie quelle del secondo prolifico periodo.
Plasticità delle forme che è così evidente ne The straight’s nursery (1995). Qui è rappresentato “l’altro da noi”, l’alter ego, quello che osa solo nel più intimo dell’oscurità del privato. E’ in scena la doppia vita della farsa, quella che Goffmann chiamava rispettabile “facciata”, che si mostra solo sul palcoscenico della vita e che si contrappone alla sostanza del nostro essere che è visibile solo nella “ribalta” dell’ oscurità della nostra casa, lontano dagli sguardi indiscreti della società3. Un uomo, un grigio impiegato presumibilmente espunto dalla quotidianità dell’ ovvio e del suo stesso rigore, fa rientro nel buio del suo appartamento, dove sembra ritrovare la sua oscena vera, sola comunità di riferimento, in cui nude donne legate e sottomesse danzano un’ orgia del bondage4 solo apparentemente mimata, ma dalla quale traspare tutto il mondo malato e perverso della sadica sessualità del protagonista. Anche ne I relitti dell’illusione (1997) e nei tre successivi Allucinazione 25, La soglia all’orizzonte obliquo e Intruder, tutti del 1998, sono rappresentate danze orgiastiche tra indefinibili figure plastilinee impegnate ancora in giochi di bondage (specie nel primo) o drammaticamente evocative di drammi irrisolvibili scaturenti in atti di violenza autodiretta (La soglia) o ancora triolistici cunnilingus più o meno consenzienti perpetrati tra fiamme infernali.
E proprio l’Inferno e le sue pene, in alcune opere, sembra che de Filippis voglia rappresentare (e sembra farlo con spontanea facilità), come vedremo in epoca più recente.
Ma è solo con La bestia (1999) che vengono a connotarsi maggiormente le matrici parafiliche5 dei futuri soggetti defilippiani. In quest’ opera, basata tutta su un’immota attesa di eventi morbosamente cruenti, è lapalissiana l’ ispirazione fetish6 dell’artista. Un uomo nudo, col volto travisato da una mascherina arancione, è immobile con delle catene in mano, contemplando ed assaporando il piacere che gli deriverà dall’utilizzarle sulla donna, presumibilmente consenziente, già incatenata che gli si pone innanzi vestita solo con un completo leather, guanti, minigonna e stivali neri. Qui il sottile dualismo che lega il rapporto master-slave7 è rappresentato dalla stessa catena, che unisce, ineluttabilmente, vittima e carnefice, in un gioco alla violenza ricercata e agognata da entrambi gli attori, tutti volti ad un’insana ricerca del piacere nel dolore. Il crimine qui non c’è: vive solo il reciproco intendimento della costrizione auto-etero diretta, attraverso la quale i protagonisti esperimentano forti sensazioni psicofisiche, sprigionando fenomeni di vera e propria estasi organica.
Scomposizione (2000) continua la tematica dell’ s/m8 inaugurata da La bestia. In essa è rappresentata l’ambivalenza dell’ animo umano e del suo doppio, raffigurata nel dettaglio delle mani appoggiate sui fianchi di una personalità sadomasochista: quella di sinistra, brandente una piccola frusta, quella di destra imprigionata invece da un bracciale di una catena, entrambe, anche qui, in una statica attesa che prelude a momenti di cruento piacere estremo. E’ espressa, attraverso il linguaggio simbolico dell’arte, la metafora del dualismo introspettivo della diade sessuale riscontrabile nelle sessuopatie più importanti, tutte basate sull’ eterno binomio dolore/piacere.
E dolore e piaceri ormai perduti sono emozioni che traspaiono dall’ opera Serie dei sette peccati capitali: Lussuria (2000).
Qui l’ ispirazione iconografica è di chiaro stampo cinematografico: il riferimento abbastanza esplicito all’attività omicidiaria del serial killer protagonista di Seven9 serve da contro altare all’artista per rappresentare il suo personalissimo concetto autobiografico di punizione. Come John Doe, il killer sociopatico protagonista della pellicola, compie omicidi moralistici perpetrati ai danni di vittime che si sono macchiate in vita di uno dei sette peccati capitali (gola, avarizia, accidia, superbia, lussuria, invidia, ira) così anche il nostro artista punisce una donna dedita ai piaceri della propria sessualità, “attraverso un delitto concettuale”10. Il soggetto è rappresentato in tutto il suo cruento e macabro realismo dall’ artista che, in un
“esplicito rituale allucinatorio”11e in un delirio catartico, scarnifica l’essenza stessa della rappresentazione della morte, ostentandola.
La donna giace su un prato verde, con i segni di una violenza carnale subita e svelata solo dalle vesti strappate, incaprettata mani e piedi dietro le terga accanto a cadaveri di cigni bianchi, in un grottesco bondage di commistione necrozoofilica. Se nella pellicola cinematografica il serial killer per i suoi omicidi si ispirava a Dante, Shakespeare e Chaucer, nella tela il de Filippis sembra ispirarsi ai canti di virgiliana memoria: il paesaggio bucolico, il verde, l’ acqua del lago e il sole che albeggia rappresentano tutti la vita, che si contrappone con modalità inesorabilmente cruente alla morte della donna, dei valori, della bellezza, della natura data dai cigni, dei piaceri della sensualità e della carnalità. Una tela forte nel significato, che impatta l’ osservatore, mai grandguignolesca ma dotata di un certo fascino perverso che intriga e colpisce a riflettere l’ osservatore, catturato dall’ immota rappresentazione della naturalità della morte e della fine “della peccatrice messa alla stregua di animale, predata”12 da uno sconosciuto ma reale cacciatore seriale. E la realtà finisce per confondersi con l’ arte: molti assassini seriali, molti “predatori”, sono difatti attratti dalla pittura, che diviene una delle modalità surrogate preferite per esprimere la loro interiorità malata e tormentata13. L’arte e l’ omicidio seriale sono quindi sempre finiti col confluire : spesso, il fascino perverso e disturbante dell’ omicidio sessuale ha finito con l’ influenzare le avanguardie pittoriche di vari periodi. Esponenti artistici del calibro di Otto Dix, George Grosz, Alfred Dòblin14 e Francis Bacon anch’essi, come de Filippis, nelle loro opere raffigurano i fantasmi della loro ossessione: il sesso, la morte, la violenza, la fine, il Male.
Sono archetipi del Bene e del Male, quelli rappresentati da due identiche figure unicorni d’argilla antropomorfa, che si fronteggiano carponi nel mezzo di un’arida radura, in Lotta interiore (2001), il cui titolo esplicitamente autobiografico sottende l’eterna lotta belluina degli opposti, del bianco e del nero, del femmineo e del mascolino. La figura antropomorfa del Bene, riconoscibile forse per l’unicorno bianco, simbolo della potenza della Bontà, e quella del male, riconoscibile dal rosso alito di fuoco, sono le facce della stessa medaglia uomo: esse sono, unite simbioticamente, il principio del Baphometto satanista, vero simbolo magico del tutto e del contrario del tutto, disegnato dal grande occultista Eliphas Levi15, rappresentante l’eterno ambiguo dualismo dell’ umanità, essenza stessa sia del Male assoluto che del Bene relativo. I canoni del Bene e del Male si ritrovano in Una Venere occidentale (2001). Qui si possono riscontrare spunti di letteratura dell’ orrore: su una metropoli ultramoderna, immersa nel buio della notte e solcata da alti tralicci sanguinolenti, veleggia la sagoma di una donna dorata, nuda sino al ventre, che sfuma nella doratura di un’enorme macchia rossa nell’ oblio dell’ oscurità, mentre al cui fianco una mano sporca di sangue , che fuoriesce dalle maniche di una giacca, brandisce un fallico stiletto appuntito che lambisce le sue nude gambe. L’orrore dell’ uccisione qui è solamente suggerito dall’ osservatore smaliziato, che riesce comunque ad intravedere le gesta di un attualissimo Jack lo squartatore. Difatti, se in primo piano è evidenziata una moderna megalopoli, ad essa si contrappunta una pièce che ricorda la violenza dell’antieroe dell’ epoca vittoriana, riesumato qui dall’artista per ricordare che la dissolutezza può essere sempre punita, in qualsiasi epoca. La denuncia alla dissoluta e libertina società odierna, rappresentata dalla donna “dorata”, e di cui l’artista stesso fa parte, e oltremodo manifesta, così come il chiaro intento di “dissacrare la bellezza delle sue figure femminili (…) attraverso un atto di violenza subliminale”16. Sposi (2001) rappresenta invece un sarcastico e cinico tentativo da parte dell’artista di ricreare e riproporre quegli antichi valori sociali ormai perduti e “ritrovati” nella moderna famiglia alle soglie del terzo millennio. Ma, in realtà, quei valori enucleati dal de Filippis non sono altro che la grottesca caricatura, rappresentata dall’ennesima parafilica rappresentazione del legame basato sulla pratica sessuale del private17. Il “marito”- carnefice, in primo piano, è difatti travisato da una tunica con cappuccio nero e stringe tra le mani una verga, mentre alle sue spalle si intravede la sagoma scheletrica e mummificata della vittima-compagna, intenta a mordicchiarsi il labbro, unica parte organica ancora rigonfia di sensuale vitalità, nell’attesa di assaporare le sensazioni di piacere che la violenza del partner le procurerà. E’ la rappresentazione dei nuovi valori della famiglia odierna, è la raffigurazione della sofferenza del piacere, è la dimostrazione del legame basato sulla perversione della sessualità.
Un tributo di chiara ispirazione necrofilica è la sessualità che viene raffigurata dall’artista in L’incidente (2001). Se di fatti l’opera del 1983 aveva per protagoniste due figure inanimate, qui le figure antropomorfe esprimono tutta la loro vitale e pulsante deviazione, basata sul feticismo di un’organicità malata e ferita. In una automobile incidentata, un uomo si avvinghia sessualmente su un corpo femminile, il cui capo riverso in modo così forzatamente innaturale non può che connotarlo ormai come deceduto. Come il contorto e malsano percorso condotto da Ballard nel suo romanzo18, così Valerio de Filippis, nella durezza della rappresentazione di un atto necrofilico, esplora le perversioni umane spinte alle loro estreme propaggini in un torbido percorso alla ricerca del pericolo e del piacere estremo, teso tutto alla ricerca di un feticismo dell’ organicità malata, ferita ed umiliata. Ma attraverso lo sguardo di de Filippis, i corpi, che siano di plastica o di carne, diventano un’introspettiva sinfonia visiva basata su un’armonia organica.
L’annientamento della donna è ostentato in Le armi reciproche (2001), dove tre donne nude di spalle scorrono come sagome di un bersaglio lungo l’ipotetico poligono della vita, mescolandosi ai flutti impetuosi dei loro stessi capelli, inquadrati dal mirino minaccioso di un killer prossimo all’ azione omicidiaria. Anche qui è punita la sessualità della donna, utilizzata sovente come arma di seduzione per conseguire meri fini materialistici, e nulla può l’uomo, assassino del suo stesso piacere, se non ribellarsi a tanto oblio della carnalità con l’unica arma a sua disposizione, una fallica carabina.
L’inferno artistico e visionario defilippiano trova l’apoteosi ne I ciechi o La beatitudine dannata (2001), la cui dinamicità drammaticamente rappresentativa dell’ insieme è lacerante. Qui il Pandemonium è raffigurato nelle figure plastilinee che sembrano sorgere da un plasma magmatico dell’oblio infernale: sulla sinistra una folla di anime dannate si dispera sulle apparentemente solide e sicure rive da cui però si innalzano minacciose lingue di fuoco fluorescente, dalle cui spire sembra librarsi un’anima verso il cielo limpido del Paradiso Perduto19. In primo piano, un’altra, quasi sfinita, appoggiata su una specie di roccia innalza una candela, forse unica fonte di luce e di calore per individuare l’anelata via della vera salvezza rappresentata da una stella a sei punte, che altri è se non l’apportatore di Luce, Lucifero il Principe degli Inferi, alla cui base sovrintende una sinistra figura demoniaca che, immobile, assiste indifferente e compiaciuta all’ oscena e tragica danza dei dannati ciechi.
Spietata e drammaticamente cinica la conclusione nelle parole dello stesso artista, che non lascia spazio a soluzioni di continuità: “…in ogni caso la direzione per la beatitudine è dannata”, cioè, a suo dire, è effimera ed illusoria, perché non lascia alcuna speranza
all’umanità, afflitta nell’ intimità del proprio essere da un’ ineluttabile ed insanabile cecità spirituale.

NOTE
1) Gino Raya, L’ arte di uccidere, Ciranna 1970, Roma.
2) Ossessione sessuale per statue, oggetti e rappresentazioni antropomorfe.
3) Erving Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino 1969, Bologna.
4) Pratica sessuale di costrizione mediante l’ utilizzo di corde, lacci, catene, bende, ecc.
5) Sinonimo di perversione. Assume valenza patologica se essa viene a sostituire completamente il normale atto sessuale.
6) Passione per materiali, abbigliamento (pelle, cuoio, PVC, tacchi alti, stivali, lingerie) od oggetti che trasmettono forti sensazioni e simbologie sessuali.
7) Nel lessico del sadomasochismo, indica il rapporto dominio – sottomissione tra il Padrone (il Master) e la schiava (la Slaver).
8) Acronimo di sadomasochismo.
9) Seven, di David Fincher, 1995, USA .
10) Hary Kelvin in Sperimentali ritrovi, di Fortunato Bruno, Associazione Culturale AllucinaNazione.
11) Hary Kelvin, Quando la paura diventa logo, Associazione Culturale AllucinaNazione.
12) Hary Kelvin, Aberrazioni contemporanee, Cronache del duemila, 26 / 7 / 2001.
13) Ruben De Luca, Anatomia del serial killer, Giuffrè 2001, Milano.
14) Ruben De Luca, op. cit.
15) Eliphas Levi, Il rituale dell’ alta magia, Brancato 1996, Catania.
16) Hary Kelvin, Sperimentali ritrovi, op. cit.
17) Varianti del fetish con l’ aggiunta del travisamento del volto mediante cappucci o maschere.
18) J. G:Ballard, Crash, Bompiani 1973, Milano.
19) John Milton, Paradiso Perduto, Mondadori 1984, Milano.


Francesco Barresi
Roma, luglio 2001

 
     
Oscena progenie
“Sono l’Impero alla fine della decadenza
che guarda passare grandi Barbari bianchi,
componendo acrostici indolenti,
dove danza il languore del Sole in uno stile d’oro”

Paul Verlaine

   

   Coraggiosa ed originale è la ricerca artistica di Valerio de Filippis, che si sviluppa attraverso una provocatoria rappresentazione di personalissimi abomini silenti e scultoree presenze di vuoti infernali, riempiti a sprazzi solo dalla flebile luce della disperazione umana.
Definitolo in altre sedi come intellettuale della violenza velata, tra lo strabordare dei cromatismi pittorici delle sue tavole, emergono allusivi riferimenti alla drammaticità degli eventi umani, da cui forse l’autore stesso è inesorabilmente e morbosamente attratto: la pittura di de Filippis è il soddisfacimento catartico dei bisogni più inconsci di ogni essere umano.
Nei suoi quadri troviamo anche riferimenti ai cataclismi provocati dalla guerra: un Cristo cubista, di daliniana memoria, è martoriato dalla reazione omicida di un Occidente ferito e mutilato e dal fanatismo suicida dei nemici dei culti occidentali. E così, l’atroce calvario del protagonista, tra flutti impetuosi di esplosioni sanguigne, sembra essere vissuto e condiviso dall’ autore, attraverso una passione ed un’ empatia che, trasversalmente, troviamo pure in tutte le sue opere.1
In quest’ottica, l’assunto introspettivo di Valerio de Filippis non solo sembra pertenere propriamente all’ universo pittorico, fatto tutto di slanci creativi basati su di un espressionismo shock, ma anche a quello “radiografico”, dove l’autore immortala la realtà a lui circostante filtrandone ciò che non sempre è visibile: de Filippis pennella con oculata malizia le suggestive deviazioni della società moderna, attraverso enucleazioni policrome che soggiacciono solo al suo estro creativo, malato e perverso.
E’ un’ umanità corrotta e spezzata quella che ci offre l’artista nelle sue opere, ma per questo meritevole di rispetto autentico, quel rispetto che nasce dalle emozioni che le stesse sono capaci di suscitare. Palindromi della contestazione, i ritratti di de Filippis spiazzano per la loro crudeltà intellettuale le nostre menti razionali e retrograde, attraverso la rappresentazione della carne decontestualizzata.
Apparentemente disturbanti, le tele del de Filippis sono la semplice raffigurazione oleo- radiografica della realtà circostante cui lo stesso autore appartiene.
Il genio estremo di de Filippis produce un’arte oscura e perversa, ma nello stesso tempo dannatamente rassicurante. Le sue figure plastiche, difatti, se pur mostruose sono raffigurate attraverso una edulcorata rappresentazione delle aberrazioni della natura umana: freaks, demoni, abietti assassini e criminali sociopatici sono ritratti, sul tragico carrozzone del circo defilippiano, nella loro stessa malata, ma nel contempo, compassionevole naturalezza.
L’autore sublima la propria pulsione dell’ efferato e realizza tutto ciò attraverso angosciosi quadri che raffigurano l’immota dualità della natura umana: quella benigna, subordinata e quella matrigna, dominante.
Ed eccolo, l’universo malato da cui è attratto il de Filippis, popolato da fantasmi che, rappresentandoli, riesce ad esorcizzare e in questo modo allontanare.
Grandi madri informi e palesemente ermafrodite ne sono poi la tragica rappresentazione: quella di un’umanità distorta, malforme e ripugnante, ma al tempo stesso così dignitosamente autenticata dalla carica poetica che l’ autore riesce a restituirle.2
Alle inquietanti figure pittoriche delle putride matrone defilippiane, si contrappongono le plastilinee figure femminee che, tese tutte in uno sforzo posturale smaccatamente seduttivo, maliziosamente si esibiscono nei loro corpi nudi al nulla, cui sembrano tendere anche per opera di un killer, forse seriale, in letale agguato omicidiario.3
La donna, la Grande Seduttrice, è punita e ne è scarnificata l’essenza del male che si assopisce, sornione, nella profondità delle sue calde rigogliose viscere.
Oscena progenie di esseri informi che annacquano nel mantra magmatico dell’oblio infernale, sembrano essere le caricature dello stesso orrore, ma pure velate di una melanconica tristezza, che permea di sé l’immagine della decadenza, ostentandosi penosamente allo spettatore attonito ed ormai incredulo di fronte a tanta abietta concupiscenza.4
Torvo è difatti l’animo di chi vive il guasto universo di de Filippis, che riesce ad ottundere chi lo visiona ed attanagliare chi lo legge, anche attraverso un insito cinismo emozionale di diabolica e rara maestria, che solo l’autore è capace di infondere allo spettatore sgomento.
Ed ancora un osceno Dio priapico sembra avere nelle proprie mani il destino, oramai segnato, del mondo e della sua sordida umanità, stretta in una morsa tra nuvole di oscura fuliggine infernale.
Il tempo e le ideologie sono stravolti, sospesi quasi in una nuova dimensione limbico - atemporale, dove l’autore ripercorre le gesta nefande dell’umanità e solo quelle.5
Sembra quasi che il de Filippis voglia in queste sue tele esprimere tutto il proprio rancore nei confronti di una razza, quella umana, cui egli stesso appartiene e, forse, ne condivide anche i suoi fantasmi malati quanto nascosti, colpevole della propria degenerazione ed autodistruzione, evocando così simbolismi archetipali propri del maledettismo pittorico.
Ma l’apoteosi del ”malsano” è forse rappresentata maggiormente dai lavori che appartengono al filone “ideativo-religioso”, dove è rappresentata la denuncia (neanche tanto velata) dell’Istituzione religiosa come noi la conosciamo. Il Bene traslato e decaduto è oramai una lontana parodia del principio esasperato dell’assoluta dedizione ad un credo, i cui corrotti depositari della legge divina, una volta indefessi sessuofobici incalliti ed ora pedofili passionali e devoti satanisti,6 esprimono la propria povertà morale rappresentata da una perdizione nella caducità della Dea carne, espressa da liberatori ed ineluttabili onanismi solipsistici.7 Pittura della religione infernale, raffigurazione della perversa devozione clericale, incarnazione del caos irrazionale di un ultraterreno demoniaco ci fanno scrivere, con le parole di Huysmans che “i satanisti sono mistici a livello immondo, ma sempre mistici”.
La decadenza dei protagonisti, la loro espressione di un incontrovertibile, esasperato ed ossessionante nichilismo, marciano solenni ed austeri in un misticismo corrotto e simbiotico con l’autore, votato all’obbedienza dell’oblio e della terrena dissoluzione umana.
NOTE

1) Il Corpus Hypercubicus di Dalì tra due fuochi
2) Bondage Iubilaeum II
3) Le armi reciproche
4) Freaks Beauty
5) Carnevale o L’avvento della Grande Bestia
6) Trittico della Messa Nera
7) Snuff I e Snuff II


Francesco Barresi
maggio 2002