Il futuro (in)finito

   Il racconto pittorico di de Filippis è un incessante combinarsi, scomporsi e ricomporsi del continuo incastro della memoria, tradotto sulla tela dalle sicure esperienze artistiche maturate accademicamente. Il privilegiare un linguaggio storicizzato dell’arte (il surreale), come medium visivo che pratica una cultura dell’espansione, dell’indagine al di sotto dell’apparente, non è un fatto voluto da una scelta immotivata o scaturita dalle certezze tecniche che indubbiamente l’autore possiede, ma, bensì, da una chiara posizione assunta di fronte al suo racconto artistico che, non si esaurisce come si evince, nella pratica del già conosciuto , consumato o del tutto giocato sul controllo della ragione, valenze che rischiano di rendere tronco o stagnante il percorso progettuale di comunicare il privato. L’artista, concettualmente, ripercorre itinerari lontani e dimenticati, rivaluta gli eterni ritorni e affida il presente ad un linguaggio che predilige appunto allargare e aggregare nuovi sensi e percorsi in continua dinamica che irrompono spesso dal di fuori della volontà progettante proprio per trasformarsi in significati che non si stabilizzano ed esauriscono mai. Mette il linguaggio in condizione di produrre un nuovo senso, dischiudendosi a liberi meccanismi; (componente tipica del surreale) che fa entrare nel gioco creativo fattori di imprevedibilità, guidato dalla natura dell’inconscio, che espande e dilata l’ intenzionalità dell’opera sino a stordire l’ornato caricandolo di potenzialità e valori diversi. De Filippis crea la sua “arte” eliminando il peso della materia, gioca con colori aciduli, tirati sino a perdere la loro corposità cromatica, gonfi di significati putrefacente e toccante di una tavolozza di toni bassi, freddi , metallici, capaci di originare luoghi dove si incrocia la luce e la tenebra, il movimento e la stasi, la presenza e l’assenza, il soggetto e il suo sostituto, l’attimo e l’eternità. Così, raccontando, lo sguardo si annida in schemi figurativi che a loro volta sono il tessuto e il suggerimento di un storia, un momento privilegiato di “quella storia” più ampia, complessa, più intima e personale. Pittura che è narrazione, sogni, speranza, lunga catena di accaduti, di elementi che si susseguono, che altro non è, che il desiderio di una (non) fine. Questa è la tensione che irrompe nel narrare; immagini riconoscibili, simbologie sociali identificabili in storia, una conoscenza metaforica della “morte”, nel dispiegare le cose una-accanto-all’altra, come il susseguirsi di un “quotidiano” complesso… inflessibile. Un’arte che riconosce storie, che vive in un presente che indaga il passato e si proietta nell’inevitabilità del futuro.


Enzo di Gioia
(Operatore visivo, docente di discipline artistiche)
Bari, dicembre 1982