|
Nelle
opere più recenti di Valerio de Filippis, che si possono unire
sotto l'etichetta della teologia della perdizione, si possono distinguere
le energie distruttive che minacciano l'umanità, le quali sono
di tal potere che sono quasi irresistibili. Carnevale o L'avvento della
Grande Bestia (2001) esprime questo fenomeno tematicamente nel protagonista
grande e malevolo che estende le sue dita sul globo con la conflagrazione
alle spalle.
Un conflitto violento fra maschile e femminile era evidente nei quadri
precedenti, ma una visione ancora più severa domina coloro che
seguono. Possiamo vedere nel Corpus
Hypercubicus di Dalì tra due fuochi (2001) una risposta al
11 settembre 2001 e la guerra in Afghanistan. L'artista mette in primo
piano l'immagine del Cristo daliniano e una delle teste primitive di Giacometti,
come se l'unica risposta adeguata fosse il rivolgersi al repertorio moderno
di immagini artistiche.
Valerio de Filippis adopera la forma tradizionale del trittico nei quadri
più recenti, ma questa scelta formale fa pensare più all'arte
di Francis Bacon che all'altare cattolico. Bacon usava il trittico per
creare una dinamica fra figure isolate, mentre de Filippis lo usa per
suggerire un rapporto narrativo. I due trittici
Snuff
I e Snuff II (2002)
presentano la degradazione del corpo umano al livello più personale
della violenza ritualizzata. Il fascino dell'obesità è una
variazione sul tema della perdizione. Se in Bondage
Iubilaeum II (2002) l'artista dipinge una turpitudine morale, in Freaks
Beauty (2002) prova più gioia nella obesità graziosa.
La risposta italiana all' arte di Valerio de Filippis si preoccupa per
la visione difficile dell' artista. Il fulcro del dibattito che precedette
l'apertura della mostra a Palazzo Ferrajoli a Roma in ottobre 2001 era
la possibilità di accettare questa visione. Ed i quadri piú
recenti esposti a la XXIII edizione di Expo Arte a Bari e a la mostra
in Orvieto in giugno 2002 suscitavano molta discussione per la loro tematica.
Comunque, ciò che colpisce me, è la plasticità della
pittura defilippiana, l'aderenza a materiali tradizionali, la mediazione
della violenza nell'opera e il campo epico che raggiunge tale opera di
tanto in tanto.
Ed il pittore Livio Orazio Valentini (San Venanzo, 1920), conosciuto per
la sua reinterpretazione degli affreschi del Signorelli nella Cappella
Brizio del Duomo di Orvieto in 1985, sottolineó le capacità
pittoriche di de Filippis in una conversazione privata nel mezzo di una
reazione orvietana scandalizzata.
Preferirei capire Valerio de Filippis come un messaggero in una tragedia
della Grecia Antica che presta testimonianza a un disastro terribile,
e non come un pittore tormentato da demoni personali. È il mondo
tormentato che trova un'espressione chiara nelle sue opere.
Philip Jenkins
|
|