Questo ciclo è dedicato a tutti i vinti

Tutto il mondo reale altro non è che un'estesa, incommensurabile sconfitta.
Siamo avanzi, miseri resti di ciò che il Tempo ha già divorato.
V. d. F

Vae victis!

Cecilia Paolini

Guai ai vinti! La locuzione dello storico Livio,
citata comunemente per antonomasia di fronte a un palese sopruso,
denomina l'ultimo ciclo di lavori di Valerio de Filippis che ha per
soggetti i cosiddetti “emarginati” della società. Non si tratta, però, di una sconfitta ottenuta su campo,
piuttosto un fallimento ontologico di chi non ha avuto possibilità di scelta e, anzi,
non si è mai posto il problema del riscatto, né sociale, tanto meno morale.
Spacciatori, criminali, terroristi senza bandiera né una divinità da adorare: in “Vae Victis” viene
rappresentato chi il limes della società civilizzata
non l'ha mai varcato, perché nato già al di là, in luoghi dove non attecchiscono la morale
e la cultura scelte da chi, per fortuita contingenza, è nato vincitore.
É un umanità senza aggregazione,
che sopravvive per inerzia da parassita violento, costantemente afflitta
dall'ansia di sopraffare per non essere sopraffatti, impossibilitata a raggiungere
quello stato di grazia dato dalla serenità: in senso fisico per non essere costretti a vivere
nascosti, in senso morale per potersi permettere di rimanere soli davanti al flusso
della propria coscienza e non doversi misurare
con gli altri per dimostrare la propria brutalità. I vinti di de Filippis somigliano
agli antieroi di Pasolini e il rimando è talmente puntuale
da far sì che i titoli dei dipinti siano spesso tratti
dal film “Accattone” e rappresentano, in realtà, i pensieri dei soggetti.

2009 - olio su tavola
Ah brutto boia zozzo! - cm (40x35,3)


Vecchio pusher
Vecchio pusher - cm (40x40)


Il terrorista KS -1
Il terrorista KS-1 - cm (30x40)


C'è un cadavere dall'altra parte di questa linea del cazzo...
C'è un cadavere dall'altra parte di questa linea del cazzo... - cm (35x24,7)


A differenza di Tommasino de “Una Vita Violenta”, per esempio,
nel ciclo Vae Victis la possibilità di riscatto,
almeno morale, è negata da una lettura nichilista
dell'esistenza umana: se i personaggi pasoliniani
avvertono senso di disagio per la propria condizione
e in qualche modo cercano il cambiamento,
puntualmente disatteso da una beffarda realtà che li costringe
a un ineluttabile destino, i soggetti di Vae Victis
sembrano vivere nella totale inconsapevolezza,
persi in una sopravvivenza bestiale e, per questo, profondamente innocente
da cui non c'è via di fuga.
L'idea di bene e male è piuttosto nell'osservatore
e non a caso nell'intero ciclo domina
il contrasto tra luce e ombra, come a suggerire la determinazione della società
tra peccato e virtù civile, differenza in base
alla quale i soggetti raffigurati sono esclusi in quanto incarnazione
della perdizione umana.

La spia perduta
La spia perduta - cm (30x50)


Sei fatto...
Sei fatto... - cm (24,6x34,3)


Silent distance
Silent distance - cm (30x40)


L'ora di niente - il terrorista
L'ora di niente - il terrorista - cm (27,5x39,7)


A questa visione non fa eccezione “Risonanza mistica”,
in cui il soggetto sembra aver raggiunto la tanto agognata
pace dei sensi; è una calma, però, non data da una
condizione esistenziale, ma dalla
sudditanza psicologica nei confronti di una fede
sentita con altrettanta ineluttabilità dell'ansia di sopraffare.
Che sia la morale istituzionale una componente determinante
del destino incontrovertibile degli emarginati è
prova inequivocabile il “Pasto nudo”, opera ispirata
al celebre romanzo di William Burroughs: il controllo
delle menti che lo Stato può attuare sul
singolo individuo è raffigurato
come i tubi di un impianto, simbolo
di progresso tecnologico e civile, che nutrono, ma nello stesso tempo
intossicano, il soggetto.

Risonanza mistica
Risonanza mistica - cm (32,7x49,7)


Il pasto nudo
Il pasto nudo - cm (30x49,8)


L’ora delle sette vertebre
L'ora delle sette vertebre - cm (35x49,7)


Tossici
Tossici - cm (30x35)


Nei fondi bruni, è la costruzione della luce
che determina le fisionomie: è un procedimento tecnico
che rimanda a Caravaggio, attento osservatore, anch'egli, degli “scarti” della società.
Mentre nei capolavori del Merisi al fondo bruno, che va
a costituire le parti in ombra,
si sovrappongono gli strati pittorici chiari delle parti messe in rilievo dalla luce,
de Filippis costruisce i soggetti sottraendo
colore al fondo scuro smascherando, di fatto, la lucentezza del legno grezzo.
Solo in alcuni lavori viene introdotta, oltre al pigmento della preparazione,
una tavolozza di colori più chiari, che viene
utilizzata non per gli incarnati, ma per comporre soggetti secondari
o il fondale: si crea, in questo modo un contrasto netto tra ciò che è oggettivamente
rappresentato, e che fa parte di una realtà comune, vale a dire i dettagli trattati con il colore,
e il protagonista, tagliato sul fondo bruno,
descritto dal colore morbido del legno che mette in risalto l'espressione ferina
dell'ineluttabile perdizione.

Reduce
Reduce - cm (40x50)


Mò senti che botto...
Mò senti che botto... - cm (34,5x48,6)


Ce penso io a te, fottuto rotto 'n culo...
Ce penso io a te, fottuto rotto 'n culo... - cm (40x50)


Terrorista
Terrorista - cm (39,2x55,6)


Nell‘ “Apparizione di un no-global”, la tavolozza
è utilizzata per rappresentare il mondo esterno, che
compare attraverso una finestra,
ossia quella realtà globalizzata e incontrovertibile da cui
il protagonista è escluso. Non a caso tutto ciò che è “fuori” è descritto attraverso
una scala cromatica molto fredda,
in forte contrasto con i toni naturali del legno
che rendono epico il soggetto. Questa interpolazione
tra due punti di vista, quello oggettivo della realtà comune e quello psicologico
del soggetto, ricorda i lavori di Dave McKean, nei quali la visione fotografica
che tutti superficialmente
potremmo avere delle cose si mescola
all'interpretazione emozionale del soggetto rappresentato.

Apparizione di un no-global in un interno
Apparizione di un no-global in un interno - cm (40x40,5)


M'hanno massacrato 'sti 'nfami...
M'hanno massacrato 'sti 'nfami... - cm (35x30)


Per quanto concerne la rappresentazione dello stato esistenziale,
solo in due lavori il soggetto raffigurato sembra effettivamente riflettere
sulla propria condizione: ne “I pensieri del figlio”, in cui il conflitto con i propri genitori
determina la condizione d'ansia,
e “I pensieri di Amleto”, simbolo dell'eterna lotta esistenziale tra la volontà di agire
e l'istinto all'immobilità. In entrambi i casi il personaggio
raffigurato assume effettivamente la connotazione dell'eroe, in quanto,
affidandosi alle parole di Pasolini, “bisogna essere forti per amare la solitudine”.

I pensieri del figlio
I pensieri del figlio - cm (30,4x39,9)


I pensieri di Amleto (omaggio a Sergio Toppi)
I pensieri di Amleto (omaggio a Sergio Toppi) - cm (30x29,7)


Che cazzo di storia…
Che cazzo di storia... - cm (40x50)


Quella chissà ndò sta mò
Quella chissà ndò sta mò - cm (39,2x29,7)


Vae Victis!

Cecilia Paolini

Woe to the vanquished! The phrase quoted by Roman historian Livy, commonly used antonomastically in the face of visible injustices, gives Valerio de Filippis’ latest cycle of works, focused on so-called “social outcasts”, its name. However, the question here is not a defeat on the field of battle, but rather the ontological failure of those who never had the opportunity to choose, who never even posed themselves the question of redemption, neither social, nor indeed moral. Drug dealers, criminals, terrorists without flags or divinities to worship: “Vae Victis” portrays those who never crossed the threshold of civilized society, because already born beyond it, in places where the morality and culture of those who, by casual contingency, were born winners never took root. We find a humanity void of any form of aggregation, surviving by inertia like a violent parasite, constantly suffering from the anxiety to overpower so as not to be overpowered and incapable of reaching the state of grace peace of mind can offer, both in a physical sense, not compelling you to live in hiding, and a moral one, giving you the opportunity to remain in solitude before your stream of consciousness and not having to compete with others to show your brutality.

De Filippis’ vanquished are reminiscent of Pasolini’s antiheroes. Indeed, the names of the paintings are often taken from the film “Accattone!” and actually represent the thoughts of the various subjects portrayed. Differently from, for example, Tommasino in “Violent Life”, in Vae Victis a chance of redemption, even a moral one, is never granted by its nihilist view on human existence. Whereas the condition of Pasolini’s characters makes them feel apparently uncomfortable, leading them to somehow seek change - which a scoffing reality always denies, forcing their ineluctable destiny upon them - , the subjects of Vae Victis seem to live in complete unawareness, lost as they are in their animal-like, and therefore thoroughly innocent, survival there is no escape from. The idea of good and evil is instead in the observer and, significantly, the entire cycle is dominated by the contrast between light and shade, as if to suggest the determination of society along the lines of sin and civil virtue, the latter being something the artist’s subjects, as incarnations of human perdition, are precluded.

“Risonanza mistica”, “Mystical Resonance”, where the subject seems to have finally reached a much coveted peace of the senses, is no exception to this vision. This peace of mind, however, is not given by an existential condition, but by a psychological submission before a faith experienced with the same ineluctability as the anxiety to overpower. “Pasto nudo”, “Naked Lunch”, inspired by the William Burroughs novel, brings clear evidence that institutional morality is a decisive component of an outcast’s incontrovertible fate: The mind control the State can subject an individual to is represented as the tubes of a modern structure, a symbol of technological and civil progress, at once feeding and intoxicating the subject.

The construction of lighting, to determine the physiognomy of the subjects, depends on the brown backgrounds, a technical procedure reminiscent of another acute observer of society’s “rejects”, Caravaggio. But, whilst in the masterpieces of Merisi the dark background goes to make up the parts in the shade to which bright pictorial layers are then added to make up those parts emphasized by the light, de Filippis builds his subjects by subtracting color to the brown background, ultimately unmasking the brightness of the raw wood itself. Only a few of his works feature the introduction of a brighter palette of colors on top of the initial pigment. A palette which is used not for the flesh of the main figures, but to compose secondary subjects or the backdrop. This creates a sharp contrast between what is represented objectively, the parts of a common reality, i.e. the colored details, and the main subject, cut on the brown background, described with the soft color of the wood, which emphasizes the wild expression of ineluctable perdition.

In “Apparizione di un no-global”, “Apparition of a No-Global”, the palette is used to represent the outside world, which appears through a window - the incontrovertible globalized reality the figure is excluded from. Significantly, everything that is “outside” is described using a particularly cold chromatic scale, in sharp contrast with the natural tones of the wood that make the subject epical.

This interpolation between two viewpoints, the objective one of common reality and the psychological one of the subject, is reminiscent of Dave McKean’s works, where the photographic vision of things we could all superficially have merges with the emotional representation of the subject represented. As for the representation of existential states in De Filippis’ works, the portrayed subject seems to be actually reflecting on his condition only in two: “I pensieri del figlio”, “The Son’s Thoughts”, where a conflict with the parents determines the condition of anxiety, and “I pensieri di Amleto”, “Hamlet’s Thoughts”, symbol of the eternal existential struggle between will and action and the instinct of motionlessness. In both cases the portrayed character actually takes on the connotations of the hero, because, in Pasolini’s words, “you need to be strong to love solitude”.
Traduzioni/Translation Gianmaria Senia

Tre luci - 2009 olio su tavola - cm (30x50)


Maybe one day before I die
I'll open that door
Maybe I'll cry,
But for now I'll live in the Dark.

Anthony G. Banks